L’effettiva origine del lemma e del fenomeno sono incerte. Alcuni ritengono che il fenomeno abbia origine e sia ispirato dalla setta segreta spagnola della Garduna, secondo altri da quella dei Beati Paoli, operante in Sicilia nel XII secolo circa. Una delle prime descrizioni (la prima di un certo rilievo) del fenomeno fu nel 1837 in un documento redatto in Sicilia dal funzionario del Regno delle Due Sicilie Pietro Calà Ulloa, che a proposito del fenomeno scrisse:
Riguardo all’origine del termine un primo utilizzo venne registrato in Sicilia nel 1863 nell’opera teatrale I mafiusi de la Vicaria, ambientata nel carcere della Vicaria di Palermo e scritta da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. Secondo Giuseppe Pitré[6] il termine mafioso indicava una persona, un oggetto o un ambiente “di spicco” e «nell’insieme abbia un non so che di superiore ed elevato […] Una casetta di popolani ben messa, pulita, ordinata, e che piaccia, è una casa mafiusedda e solo dopo l’inchiesta del procuratore palermitano è obbligata a rappresentare cose cattive». Tuttavia Pitré non ne chiarisce l’origine. La prima volta che comparve ufficialmente accostato al senso tuttora in uso di organizzazione malavitosa o malavita organizzata è in un rapporto del prefetto di Palermo nel 1865, Filippo Antonio Gualterio. Degna di nota è anche la comparsa, nello stesso anno, del termine “mafiosi” nell’articolo 105 della Legge 20 marzo 1865, n. 2248; la pubblicazione della legge potrebbe aver diffuso il termine a livello nazionale attraverso la pubblicazione e diffusione delle prime gazzette ufficiali.[7]
| «Ci sono in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggerlo, ora d’incolpare un innocente… Molti alti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile”.[5]» |
Si è quindi voluto associare il termine con un qualche vocabolo di origine araba, a causa della sua radice non facilmente accostabile a termini di origine invece latina o greca. Tale accostamento alla lingua araba sarebbe giustificato con la presenza in Sicilia nel corso dei secc. IX-XI, della componente islamica, anche perché, come spiega uno dei maggiori storici della mafia, Giuseppe Carlo Marino[8], nella lingua araba il termine “mahyas” riveste lo stesso significato che il celebre antropologo della cultura siciliana, Giuseppe Pitré, attribuiva al termine “mafia”. Questo ovviamente perché l’organizzazione criminale siciliana è stata la prima organizzazione criminale del mondo[9], e la prima ad essere appellata col nome “mafia”[9]. Così secondo Diego Gambetta il vocabolo originario potrebbe provenire dall’arabo مهياص (mahyas = spavalderia, vanto aggressivo)[10] o come propone Claudio Lo Monaco, مرفوض (marfud = rifiutato)[11] da cui proverrebbe il termine mafiusu, che nel XIX secolo indicava una persona arrogante, prepotente, ma anche intrepida e fiera.[12], ma è certo che il termine arabo “mahyas” comunque in genere esiste nella lingua araba e ha proprio i significati su esposti[9]. Difatti potrebbe essere una mancanza in buona fede dell’Amari il non aver indicato tale termine o termini simili.
Invece secondo Santi Correnti,[13] che rigetta le origini del termine dall’arabo, sarebbe un termine piuttosto recente, forse derivato dal dialetto toscano, trovando un riscontro nella parola maffia. Egli però dice questo semplicemente perché ha creduto che nei primi documenti giuridici riferentisi alla mafia, questo termine veniva trascritto con due “f”, quindi “alla toscana”; in verità nei documenti menzionati, tale termine viene trascritto alternativamente sia con due “f” sia alla siciliana con una “f”. Di simile avviso Pasquale Natella[14] che ricorda come a Vicenza e Trento si usasse il vocabolo maffìa per indicare la superbia e la «pulizia glottologica […] va subito applicata in Venezia dove a centinaia di persone deve essere impedito di pronunciare S. Maffìa […]. La diceria copriva, si vede, l’intera penisola e nessuno poteva salvarsi; in tutte le caserme ottocentesche maffìa equivaleva a pavoneggiarsi e copriva il colloquio quotidiano così in Toscana come in Calabria, dove i delinquenti portavano i capelli alla mafiosa». Tuttavia G.C. Marino, come del resto altri studiosi, ha rigettato[9] tutto ciò, in considerazione del fatto che il Correnti (che comunque il Marino non menziona direttamente) ha negato finanche che la mafia avesse origine siciliana[15], avendola considerata un fenomeno di importazione, senza spiegare né come “un fenomeno importato” sia potuto attecchire in Sicilia in modo così capillare con caratteristiche quasi uniche, ignorando quindi le complesse vicende storiche, sociali, culturali ed economiche, tipiche della Sicilia e non accostabili a nessuna altra realtà territoriale esterna alla Sicilia[9], né in che modo un termine “non siciliano” sia potuto arrivare ed attecchire in Sicilia in modo così diffuso (e non solo in connessione con la celebre organizzazione criminale siciliana, ma anche nei significati riferiti dal Pitré) come in nessuna altra parte, tanto che è attraverso la Sicilia che tale termine è stato storicamente conosciuto a livello di massa, “provenendo da altre terre”. Evidentemente il Correnti ha creduto di salvare l’onore della Sicilia adducendo sue personali considerazioni, senza base storica[9]. Riguardo poi le affermazioni del Natella, va detto che costui non ha parlato dell’origine del termine “mafia”, essendosi limitato a registrarne sporadiche presenze anche in altri luoghi non siciliani. Nulla impedisce che il termine dalla Sicilia si sia successivamente diffuso altrove, come è accaduto per altri termini siciliani, quali ad esempio “zagara”, “meschino” ecc. Si tenga presente che comunque spesso in queste altre zone, come con il piemontese “mafiun” che significa “rozzo”, “mafia” ricopre un significato diverso da quello siciliano di “forza, bellezza, coraggio, spavalderia”, etc. Potrebbe quindi trattarsi di termini simili, con spesso significati diversi, che non hanno una origine comune.
In merito a ciò ricordiamo quanto scritto già nel 1876 da Vincenzo Mortillaro nel suo Nuovo dizionario siciliano-italiano[16] per mafia: «Voce piemontese introdotta nel resto d’Italia ch’equivale a camorra«». Tuttavia anche sul Mortillaro va detto in gran parte quanto si è riferito sul Correnti ecc.[9]