Tra le cause della nascita del fenomeno sono sicuramente da elencare il dominio dal latifondo che vessava una massa di contadini miserabili, e l’ignoranza che ne derivava. Fra nobiltà terriera e contadini era presente un ceto di spregiudicati e violenti massari, campieri (“guardie armate” del latifondo) e gabelloti (gestori dei fondi a gabella, cioè in fitto) che terrorizzavano i contadini e i proprietari con i loro sgherri, venivano a patti con i briganti, amministravano una rozza giustizia che però non ammetteva alcuna forma di opposizione. I briganti, i ladri, i ribelli avevano un ambiguo rapporto con i massari. I contadini servivano i massari e vedevano talvolta in loro degli alleati possibili contro i latifondisti che a loro volta si servivano dei massari e dei campieri, pur disprezzandoli e temendoli, come forza contro il latente pericolo costituito da possibili rivolte delle masse contadine. Massari e campieri si servivano dei briganti contro nobili e contadini ma sapevano anche spazzarli via con violenza quando dovevano dimostrare a tutti gli abitanti del feudo chi comandava effettivamente. Per giungere al dominio del territorio la mafia controllava non solo il mondo rurale, i trasporti, l’attività mineraria, gli allevamenti, ma anche la delinquenza urbana, i tribunali, le centrali di polizia, i centri del potere. I mafiosi erano nel contempo imprenditori, organizzatori della produzione, giudici, gendarmi, esattori delle tasse, poiché prelevavano quote di ricchezza dal lavoro e dalla rendita dei ceti sociali in mezzo ai quali vivevano ed operavano.[17]
Nell’età moderna prima e contemporanea poi, mentre nella maggior parte dell’Europa i poteri legali e centrali si rafforzavano ed espandevano, fenomeno risaltato soprattutto dalla nascita dei primi Stati nazionali, in Italia e in Sicilia vi è una situazione di legalità frammentata: i signori feudali sono in concorrenza con i deboli poteri centrali, organizzati malamente in un groviglio di giurisdizioni e di competenze; i deboli sono esposti allo strapotere dei signori e degli sbirri; i fragili ceti produttivi e mercantili sono soggetti alle soperchierie di funzionari e baroni. La violenza, in questo contesto premessa per la sicurezza, si privatizza: i signorotti del posto hanno i loro sgherri, l’Inquisizione ha i suoi ufficiali ed agenti, le corporazioni hanno le loro compagnie d’armi, i mercanti pagano le scorte armate per i trasferimenti di merci. Si assiste ad un continuo scontro di poteri e di interessi, in una terra, la Sicilia, in cui il continuo succedersi di poteri e dominazioni non ha favorito la coesione tra popoli e governanti.[18]
Nel corso del XX secolo le aggregazioni rette dalla legge dell’omertà e del silenzio consolidarono un’immensa potenza in Sicilia e riemersero dopo la seconda guerra mondiale.[19] La letteratura italiana, a partire dal secondo dopoguerra, ha spesso prestato attenzione al fenomeno. Nel 1959, ossia quando esso era ormai diffuso e aveva già subìto l’evoluzione storica del secondo conflitto mondiale, Domenico Novacco[20] invitava a una lettura critica del passo di Mortillaro, in quanto a suo dire la “boutade” del Mortillaro […] era emessa nel solco d’un filo autonomistico siciliano antiunitario che dava ai sabaudi il demerito d’aver introdotto nella immacolata isola cattive tradizioni e tendenze paraispaniche».[21] Al di là di ciò che afferma il Novacco, resta comunque il fatto che il Mortillaro non ha spiegato in che modo un termine di presunta “origine piemontese”, sia passato in Sicilia e si sia diffuso in modo così capillare, entrando prepotentemente nella lingua siciliana, considerato, che in piemontese ricopre un significato assai diverso dal siciliano. Il Marino ribadisce l’origine arabo-sicula del termine, adducendo che fosse cosa certa.[9]
Leonardo Sciascia, poeta e scrittore siciliano, scrisse: «La più completa ed essenziale definizione che si può dare della mafia, crediamo sia questa: la mafia è un’associazione per delinquere, coi fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si impone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato».[22] In un suo studio apparso nel 1972 su Storia illustrata[23] ricostruisce con molta attenzione l’origine del termine mafia. Egli riprende anche la teoria relativa all’introduzione del vocabolo nell’isola, ricondotta all’unificazione del Regno d’Italia, espressa da Charles Heckethorn;[24] questa teoria, poi ripresa dall’economista e sociologo Giuseppe Palomba, afferma che il termine «MAFIA» non sarebbe altro che l’acronimo delle parole: «Mazzini Autorizza Furti Incendi Avvelenamenti». Va considerato il significato antropologico non privo di valore riguardo a un’organizzazione segreta a specchi capovolti che sarebbe nata nell’isola [Sicilia] con finalità più o meno carbonare.[25] Sempre con un acronimo il giornalista Selwyn Raab tenta di spiegare in un romanzo storico le origini della mafia, riallacciandosi al “mito” dei Beati Paoli e ai precedenti moti antifrancesi durante i cosiddetti Vespri siciliani come già fece in sede di interrogatorio Tommaso Buscetta, facendone derivare la frase «Morte Alla Francia Italia Anela».[26]